Fiore che ssembe su Ridondanze

Fiore che ssembe su Ridondanze

Oggi su Ridondanze una bella nota di lettura a Fiore che ssembe di Giovanni Laera a cura di Mauro Pierno:

È la fascinazione della traduzione del se stesso, che trovo straordinario in questo libro. L’autore, Giovanni Laera, di cui mi onoro essere amico, tenta con una scrittura innovativa, mi riferisco al logos del dialetto, alla trasposizione del reale che passa dal pop, inteso come coacervo di sentimento popolare, istintuale, substrato culturale, personalissimo – l’accezione dialettale per intenderci – passa dicevo, dal pop al lirismo con un esercizio di traduzione di stesso

(Leggi qui)

Daniela Gentile su Repubblica

Daniela Gentile su Repubblica

Oggi su Repubblica Bari un articolo di Vittorino Curci sulla poesia di Daniela Gentile che è una nostra autrice ma soprattutto una nostra amica. Daniela ha pubblicato ad oggi due libri, uno con noi e uno con Nervi, entrambi bellissimi sia per i testi che sotto il profilo estetico, collabora con la rivista Formavera e questo, ovviamente, non è che l’inizio.

Carlo Tosetti su L’Estroverso

Carlo Tosetti su L’Estroverso

Su L’Estroverso una esaustiva intervista, a cura di Grazia Calanna, a Carlo Tosetti sulla sua idea di poesia e sull’ultimo libro da noi pubblicato, La crepa madre. La foto (bellissima) è di Lorena Gatti.

A mio modo di vedere, il costringere la poesia in un numero obbligato di sillabe (e di versi) e l’assoggettarla a strutture e altre regole obbliga a un esercizio di sintesi, spinge verso quella che hai chiamato “l’essenzialità”. Questo confinarsi in una misura precisa favorisce il risultato poetico, risultato che può anche appoggiarsi a processi analogici, simbolici: il verso può anche risultare oscuro per la ragione e andare a ingaggiare l’intelligenza sommersa o risuonare con elementi che galleggiano nell’inconscio.
La crepa madre su Versante Ripido

La crepa madre su Versante Ripido

Oggi su Versante ripido Luigi Paraboschi recensisce La crepa madre di Carlo Tosetti. Larticolo e’ illustrato con una foto di Giorgia Monti.

Un lungo pellegrinaggio quello di Tosetti, capace di esporre e sostenere con tenacia e con forza poetica (la parte in versi è quasi completamente composta da ottonari e possiede una ricchezza linguistica da fare invidia non soltanto ai poeti “domenicali“ ma anche ad altri più qualificati) una lunga escursione in un mondo che sembra favolistico, ma che, al contrario, – come penso di aver dimostrato – è invece un mondo più che concreto come illustrano bene i disastri ecologici dei quali veniamo a continua conoscenza e di quelli medici con i quali stiamo facendo i conti quotidianamente.
Cantare del deserto su Poetaturm Silva

Cantare del deserto su Poetaturm Silva

Esce su Poetarum Silva, a cura di Carlo Tosetti, la recensione di Cantare del deserto di Elvio Ceci.

Ho espresso più volte e pubblicamente la mia ideale contrapposizione alla cosiddetta “poesia sociale” e questo non perché non ne riconosca il lampante valore, sia educativo e rivoluzionario, sia prettamente letterario (che riguarda cioè la forma del verso).
La storia umana è costellata da libri messi all’indice, bruciati, confinati in antri inaccessibili e tutto ciò a causa della potenza chiarificatrice e sovversiva della parola.
Il mio (peraltro morbidissimo) antagonismo è dovuto unicamente al senso di pericolo che mi incute il tentativo di incanalare il verso in una precisa direzione, omologando quindi l’infinita potenziale gamma espressiva della poesia (invero, a mio giudizio, gamma oggi piuttosto “finita”), specialmente quando il corteo di “poeti sociali” è condotto da personaggi influenti nell’ambiente poetico e, in generale, culturale: personaggi che possono generare innumerevoli (e scontati) epigoni.

[Leggi qui]

Roberto R. Corsi su Poesia del nostro tempo

Roberto R. Corsi su Poesia del nostro tempo

Oggi su Poesia del nostro tempo è possibile leggere una selezione, a cura di Silvia Rosa, di poesie da La perdita e il perdono di Roberto R. Corsi.

“E se proprio non puoi la vita e la poesia che desideri,
gustale di nascosto come una pizza surgelata al salame piccante.”
Se un verso così lo avesse scritto il newyorkese Frank O’Hara (capacissimo di farlo) oggi tutti direbbero che era provocatorio e innovativo. Siccome lo ha scritto il Corsi, che è di Firenze, il massimo che gli diranno sarà: Ma come si è permesso, ancora una volta, di rovinare tutto.

 

Francesco Salvini su Bestiario Fiorito

Francesco Salvini su Bestiario Fiorito

Trovandoci davanti a un libro calato in un periodo di storia recente (dalla caduta di Berlusconi all’avvento di Renzi), il rischio è che la poesia sviluppi una data di scadenza. Questo è l’unico apparente difetto: qui ci sono molti testi, non tutti allo stesso livello; alcuni (estinto l’impeto) evitabili, altri (per la loro bellezza) decisamente inevitabili.

Conoscendo il serafico Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, mai mi sarei aspettato un Antonio Lillo così passionale; nell’urgenza del momento lui si mette in gioco e sperimenta diverse forme, dalla lirica “classica” alla prosa poetica, dall’invettiva in latino al dialetto. Ne esce un libro “tanto”: pieno di testi, talvolta un tanto al chilo, ma ricchissimo di spunti.
Vitantonio è un editore: la poesia per lui è un lavoro. Nel mondo del guadagno e del capitale, l’autore è l’unico che costitutivamente possa dire di fare poesia per vivere. Ecco che, nei suoi testi, viene quasi sempre posto il filtro della letteratura, non in quanto mezzo ma in quanto prospettiva (sociale, culturale, esistenziale).
Antonio Lillo, da poeta certificato, è a suo agio nell’adoperare tante voci; per rappresentare un contesto variegato, sceglie di rendere mutevole il mezzo con cui comunica. In fin dei conti, il mondo pluristratificato in cui si cala è lo stesso descritto da Roberto R. Corsi, solo che quest’ultimo ha optato per un approccio più intensivo (pochi testi con più piani di lettura); Lillo invece ne preferisce uno estensivo, vuole raccontare, godersi l’atto, così come fa il lettore lasciandosi trasportare.
Bestiario (raccolta moraleggiante di creature – pur sempre bestiali) fiorito (nato ma anche or-nato) è un lungo serraglio di casi ed eventi umani in cui chi legge non può far altro che immergersi – e a tratti riconoscersi. C’è posto per tutti nel mondo di Lillo; nessuno però è al riparo dalla sua sferza. Tanto, alla fine, “piangere o ridere non cambia la realtà delle cose”.

 

Francesco Salvini su La perdita e il perdono

Francesco Salvini su La perdita e il perdono

A una prima lettura, questo libro di Corsi è semplice e immediato, un’antologia dei suoi “best of” già editi e, come coda, una nutrita miscela di inediti.

A una seconda lettura, ti rendi conto dei riferimenti colti, non solo poeti citati (Rilke, Kavafis, Pelliti) e non (Leopardi, Campana, qualcosa di Luzi), ma anche elementi di calcio e finanza. Inoltre inizi a subodorare un’atmosfera non proprio generica o casuale.
Alla terza lettura ti accorgi che la parte “già edita” è una dichiarazione di poetica e contesto, una doverosa anticamera alle cinque sezioni che seguono: la critica (in entrambe le sue accezioni) di/a un mondo (poetico, fisico, sociale) pluristratificato e pieno di problemi che si scoprono solo dopo una lettura approfondita, con sguardo attento – l’occhio del poeta ma anche del lettore che non si ferma al primo livello di comprensione, confondendo chiarezza con semplicità.
Roberto R. Corsi ci offre il libro di poesia sulla poesia di chi saggia la nicchia e sa di non poter durare, né come poeta, né come uomo anagrafico, tanto meno come rappresentante di una razza destinata all’estinzione.
Questa è la perdita; il perdono è il proseguire a dirlo col suo sorriso epigrammatico.