Francesco Salvini su Bestiario Fiorito

Trovandoci davanti a un libro calato in un periodo di storia recente (dalla caduta di Berlusconi all’avvento di Renzi), il rischio è che la poesia sviluppi una data di scadenza. Questo è l’unico apparente difetto: qui ci sono molti testi, non tutti allo stesso livello; alcuni (estinto l’impeto) evitabili, altri (per la loro bellezza) decisamente inevitabili.

Conoscendo il serafico Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, mai mi sarei aspettato un Antonio Lillo così passionale; nell’urgenza del momento lui si mette in gioco e sperimenta diverse forme, dalla lirica “classica” alla prosa poetica, dall’invettiva in latino al dialetto. Ne esce un libro “tanto”: pieno di testi, talvolta un tanto al chilo, ma ricchissimo di spunti.
Vitantonio è un editore: la poesia per lui è un lavoro. Nel mondo del guadagno e del capitale, l’autore è l’unico che costitutivamente possa dire di fare poesia per vivere. Ecco che, nei suoi testi, viene quasi sempre posto il filtro della letteratura, non in quanto mezzo ma in quanto prospettiva (sociale, culturale, esistenziale).
Antonio Lillo, da poeta certificato, è a suo agio nell’adoperare tante voci; per rappresentare un contesto variegato, sceglie di rendere mutevole il mezzo con cui comunica. In fin dei conti, il mondo pluristratificato in cui si cala è lo stesso descritto da Roberto R. Corsi, solo che quest’ultimo ha optato per un approccio più intensivo (pochi testi con più piani di lettura); Lillo invece ne preferisce uno estensivo, vuole raccontare, godersi l’atto, così come fa il lettore lasciandosi trasportare.
Bestiario (raccolta moraleggiante di creature – pur sempre bestiali) fiorito (nato ma anche or-nato) è un lungo serraglio di casi ed eventi umani in cui chi legge non può far altro che immergersi – e a tratti riconoscersi. C’è posto per tutti nel mondo di Lillo; nessuno però è al riparo dalla sua sferza. Tanto, alla fine, “piangere o ridere non cambia la realtà delle cose”.

 

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