La Crepa Madre su Poetarum Silva

La Crepa Madre su Poetarum Silva

Oggi su Poetarum Silva Anna Maria Curci recensisce La Crepa Madre di Carlo Tosetti, il nostro primo (ma non ultimo) libro del 2020.

“Chi legge e percorre le tappe scandite dai versi e dall’introduzione in prosa dell’autore che, di sezione in sezione, disegna il contesto che le strofe andranno poi a illustrare, assiste alla manifestazione – gli eventi spaventosi, inauditi, catastrofici, ce lo ricordano puntualmente, ma puntualmente dimentichiamo – di una forza, di una volontà che ha davvero il sapore del Wille di Schopenhauer, di ciò che in un passaggio illuminante dell’introduzione all’Epilogo Carlo Tosetti definisce «una volontà necessaria, il motore di ogni taglio, segno, struttura».”

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Carlo Tosetti sul Giornalaccio

Carlo Tosetti sul Giornalaccio

Su IL GIORNALACCIO prima nota di lettura a La crepa madre di Carlo Tosetti a firma di Marco Morello.

Perché di questo si tratta a nostro modesto avviso: di una discrepanza spazio temporale che parte in quel di Erba una quarantina d’anni fa, si propaga e si dirama, come il canyon provocato dal proto-scoiattolo dell’Era glaciale o come gli sconvolgenti dissesti sulle colline dell’Appennino dopo i catastrofici terremoti, per poi tornarsene buona buona da dove tutto era scaturito, quasi la voce narrante avesse fatto un gesto apotropaico per scongiurare un fulmine globulare.

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Valeria Raimondi su Fare Voci

Valeria Raimondi su Fare Voci

In questi giorni si sta chiusi in casa, però le idee continuano a girare, e questa è forse la cosa più importante per resistere. Chiudiamo dunque la settimana con Fare Voci, rivista di scrittura, dove Giovanni Fierro intervista Valeria Raimondi su La nostra classe sepolta.

Bisogna scende un po’ nella pagina, che contiene molti cotributi, compresi quelli di due amici di lunga data della nostra casa editrice, Francesco Sassetto e Sandro Pecchiari.

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Elvio Ceci su Oblò

Elvio Ceci su Oblò

Su Il giornalaccio Elvio Ceci recensisce Oblò/Portholes di John Taylor, nella traduzione di Marco Morello, con dipinti di Caroline François-Rubino e postfazione di Franca Mancinelli.

È un poema molto intenso, pieno di immagini che ricordano degli acquerelli: sono molti infatti i termini del campo semantico dei colori e, quasi sinesteticamente, dei suoni. Il poema è saggiamente correlato da acquerelli di Caroline François-Rubino, dei paesaggi dipinti come fossero fotografie con il filtro fish-eye: dentro questi oblò, che sembrano foto ma sono quadri, passa il mondo con i suoi notturni, le sue tempeste e i suoi miraggi

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Emilia Barbato su Laboratori Poesia

Emilia Barbato su Laboratori Poesia

Su Laboratori Poesia Mario Famularo recensisce Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato.

In questi testi Emilia Barbato ci costringe ad affrontare la fragilità dell’esistere nella sua natura al contempo preziosa e terribile. Sin dal primo testo, la fioritura primaverile rappresenta l’immagine della precarietà, associata all’uomo nel “respiro lentissimo” delle fresie – che “sfioriscono” con una leggerezza silenziosa, senza clamore, nello stesso modo in cui svaniscono i “pensieri / felici quando le lacrime rigano il viso”.

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Due recensioni a Oblò/Portholes

Due recensioni a Oblò/Portholes

Segnaliamo due recensioni a Oblò/Portholes di John Taylor con dipinti di Caroline François-Rubino.

La prima di Francesco Ottonello, uscita alcuni giorni fa su MediumPoesia, su può leggere qui.
La seconda di Rosa Pierno (di cui mostriamo solo la prima pagina, così comprate la rivista), è appena uscita su Menabò, quadrimestrale di cultura poetica e letteraria edito da Terra D’ulivi Edizioni. Ringraziamo di cuore Stefania Onidi che ce l’ha segnalata e che ci segue e che seguiamo sempre con affetto.

Diario pendolare su La Recherche

Diario pendolare su La Recherche

Segnaliamo con piacere e gratitudine questa bella recensione di Paolo Polvani a Diario pendolare di Rossella Tempesta illustrato da Lucia Lodeserto. Paolo ci fa i complimenti, ma questi sono ricambiati, per stima ed amicizia. Su LaRecherche.

“Il pendolare realizza la sua vita nell’alternanza, è tutto compreso nelle partenze e negli arrivi, e in questo ritmo è bello ritrovare la metafora di tutta l’esistenza, compresa tra la vigilia e il sonno, la respirazione e l’espirazione, la nascita e la morte, in una parola nelle maree comuni a tutte le esistenze.”

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Sabine Dewulf su Portholes di John Taylor

Sabine Dewulf su Portholes di John Taylor

Abbiamo tradotto dal francese la bella recensione di Sabine Dewulf a Portholes di John Taylor (edito in Italia da Pietre Vive con il titolo Oblò), pubblicata su «Le Miroir d’or».

Oggi vi presento una splendida raccolta, a partire dalla poesia che vi traccia le sue linee marine, la pittura dai suoi cerchi azzurrognoli, fino all’impaginazione, che lascia i fogli liberi come quelli del libro di un artista: “Hublots (Portholes)”, edizione bilingue, traduzione di Françoise Daviet, uscito nel 2016 per le edizioni L’oeil ébloui (L’occhio stupefatto, N.d.T.). Il nome dell’editore è sorprendentemente in linea con il titolo di questo libro: l’oblò non è, in questo caso, un occhio stupefatto dalle cose intraviste?

Il poeta John Taylor e la pittrice Caroline François-Rubino hanno lavorato insieme per offrirci quest’opera particolarmente omogenea, dove gli oblò permettono contemporaneamente di vedere, di immaginare e di ricordare. Oltre a questa cornice circolare ben definita, che permette di far sfilare i diversi paesaggi di una traversata marittima, l’oblò si propone a una nostra lettura come la metafora di una coscienza umana, di volta in volta sognante, nostalgica, metafisica. Il punto sta in ciò che è percepito, ciò che emerge dalla massa informe del caos per entrare nella luce o, al contrario, di ciò che torna nell’oscurità silenziosa. Contemporaneamente possiamo leggervi un’immagine delle nostre traversate esistenziali, tra burrasche, tempesta e bonaccia, con questo sfondo dello sguardo stupefatto, pronto a sorprendersi di fronte a ciò che sorge o si spegne, nei movimenti quasi respiratori della marea, il saliscendi della nave. Man mano che il paesaggio cambia è proprio l’oblò che dà stabilità alla traversata. Il blu può sbiadirsi, il contorno circolare sfumare, resta sempre lo schizzo di un contorno cosciente, di qualche linea danzante, che sia d’inchiostro o di pittura… L’osservatore con il quale siamo qui invitati a coincidere costituisce l’invariabile sfondo degli avvenimenti del paesaggio. Lui diventa questo silenzio, o questa notte che risorge sempre, questi, a loro volta, diventano questo cerchio unico, quest’occhio persistente, indefinitamente cosciente, anche dell’estinzione del giorno: Tu sai/ che una nuova notte/circonderà il giorno/ spuntando/sempre meno luminoso…”

Sfioriamo, allora, persino l’enigma di esistere, nella sua bellezza suprema: un annientamento che si apre imponente al mondo, l’eternità di una coscienza segreta, che infinitamente oltrepassa i nostri occhi mortali. Questo splendido libro di foschia e di mare ci aiuta, così, a rileggere il mondo mutevole delle cose come la traccia effimera della nostra permanenza, la nostra veglia senza fine: “L’oblò/ è l’ultima forma che resta”…