Emilia Barbato su Laboratori Poesia

Emilia Barbato su Laboratori Poesia

Su Laboratori Poesia Mario Famularo recensisce Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato.

In questi testi Emilia Barbato ci costringe ad affrontare la fragilità dell’esistere nella sua natura al contempo preziosa e terribile. Sin dal primo testo, la fioritura primaverile rappresenta l’immagine della precarietà, associata all’uomo nel “respiro lentissimo” delle fresie – che “sfioriscono” con una leggerezza silenziosa, senza clamore, nello stesso modo in cui svaniscono i “pensieri / felici quando le lacrime rigano il viso”.

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Due recensioni a Oblò/Portholes

Due recensioni a Oblò/Portholes

Segnaliamo due recensioni a Oblò/Portholes di John Taylor con dipinti di Caroline François-Rubino.

La prima di Francesco Ottonello, uscita alcuni giorni fa su MediumPoesia, su può leggere qui.
La seconda di Rosa Pierno (di cui mostriamo solo la prima pagina, così comprate la rivista), è appena uscita su Menabò, quadrimestrale di cultura poetica e letteraria edito da Terra D’ulivi Edizioni. Ringraziamo di cuore Stefania Onidi che ce l’ha segnalata e che ci segue e che seguiamo sempre con affetto.

Diario pendolare su La Recherche

Diario pendolare su La Recherche

Segnaliamo con piacere e gratitudine questa bella recensione di Paolo Polvani a Diario pendolare di Rossella Tempesta illustrato da Lucia Lodeserto. Paolo ci fa i complimenti, ma questi sono ricambiati, per stima ed amicizia. Su LaRecherche.

“Il pendolare realizza la sua vita nell’alternanza, è tutto compreso nelle partenze e negli arrivi, e in questo ritmo è bello ritrovare la metafora di tutta l’esistenza, compresa tra la vigilia e il sonno, la respirazione e l’espirazione, la nascita e la morte, in una parola nelle maree comuni a tutte le esistenze.”

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Sabine Dewulf su Portholes di John Taylor

Sabine Dewulf su Portholes di John Taylor

Abbiamo tradotto dal francese la bella recensione di Sabine Dewulf a Portholes di John Taylor (edito in Italia da Pietre Vive con il titolo Oblò), pubblicata su «Le Miroir d’or».

Oggi vi presento una splendida raccolta, a partire dalla poesia che vi traccia le sue linee marine, la pittura dai suoi cerchi azzurrognoli, fino all’impaginazione, che lascia i fogli liberi come quelli del libro di un artista: “Hublots (Portholes)”, edizione bilingue, traduzione di Françoise Daviet, uscito nel 2016 per le edizioni L’oeil ébloui (L’occhio stupefatto, N.d.T.). Il nome dell’editore è sorprendentemente in linea con il titolo di questo libro: l’oblò non è, in questo caso, un occhio stupefatto dalle cose intraviste?

Il poeta John Taylor e la pittrice Caroline François-Rubino hanno lavorato insieme per offrirci quest’opera particolarmente omogenea, dove gli oblò permettono contemporaneamente di vedere, di immaginare e di ricordare. Oltre a questa cornice circolare ben definita, che permette di far sfilare i diversi paesaggi di una traversata marittima, l’oblò si propone a una nostra lettura come la metafora di una coscienza umana, di volta in volta sognante, nostalgica, metafisica. Il punto sta in ciò che è percepito, ciò che emerge dalla massa informe del caos per entrare nella luce o, al contrario, di ciò che torna nell’oscurità silenziosa. Contemporaneamente possiamo leggervi un’immagine delle nostre traversate esistenziali, tra burrasche, tempesta e bonaccia, con questo sfondo dello sguardo stupefatto, pronto a sorprendersi di fronte a ciò che sorge o si spegne, nei movimenti quasi respiratori della marea, il saliscendi della nave. Man mano che il paesaggio cambia è proprio l’oblò che dà stabilità alla traversata. Il blu può sbiadirsi, il contorno circolare sfumare, resta sempre lo schizzo di un contorno cosciente, di qualche linea danzante, che sia d’inchiostro o di pittura… L’osservatore con il quale siamo qui invitati a coincidere costituisce l’invariabile sfondo degli avvenimenti del paesaggio. Lui diventa questo silenzio, o questa notte che risorge sempre, questi, a loro volta, diventano questo cerchio unico, quest’occhio persistente, indefinitamente cosciente, anche dell’estinzione del giorno: Tu sai/ che una nuova notte/circonderà il giorno/ spuntando/sempre meno luminoso…”

Sfioriamo, allora, persino l’enigma di esistere, nella sua bellezza suprema: un annientamento che si apre imponente al mondo, l’eternità di una coscienza segreta, che infinitamente oltrepassa i nostri occhi mortali. Questo splendido libro di foschia e di mare ci aiuta, così, a rileggere il mondo mutevole delle cose come la traccia effimera della nostra permanenza, la nostra veglia senza fine: “L’oblò/ è l’ultima forma che resta”…

Igor Ferri su La nostra classe sepolta

Igor Ferri su La nostra classe sepolta

Condividiamo qui la rencesione di Igor Ferri a La nostra classe sepolta, antologia a cura di Valeria Raimondi.

Va da sé che senza scomodare Protagora, il quale ci ricorda che la realtà oggettiva “appare” differente in base agli individui che la interpretano (e in base a differenti variabili culturali, sociali, identitarie ecc.), questo libro andrebbe letto da chiunque volesse affrontarlo ponendosi nell’ottica della verità oggettiva, quella dei fatti che accadono.

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Bibliovorax su La nostra classe sepolta

Bibliovorax su La nostra classe sepolta

Condividiamo, da Bibliovorax questa sentita segnalazione a cura di Antonella Nocera a La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro a cura di Valeria Raimondi.

Ringrazio Marjo Durmishi per avermi fatto conoscere questo libro a cui intendo dare la massima importanza. Ad uno sguardo d’insieme le raccolte poetiche di oggi si perdono in estetismi tardodannunziani e in rarefazioni postreme del nichilismo “pop”.
Ma questa antologia è un raggio, un segno nel terreno, un menhir di nuovi percorsi. Una raccolta di vera vita, palpitante, di gente che che non ha velleità artistiche e a cui non interessano premi e riconoscimenti letterari. Questa antologia di canti dal lavoro prende il titolo da un verso di Luigi di Ruscio a cui dobbiamo una delle raccolte poetiche di maggior respiro :Poesie operaie (2007)
Contiene versi cristallini e infuocati( si può essere entrambe le cose ) di operai, metalmeccanici, infermieri, docenti, giornalisti. Il lavoro nero, il precariato, le morti invendicate sul lavoro. Una raccolta che si lega al grande filone della letteratura industriale cui tanto lustro diedero Vittorini e Calvino nelle pagine del Menabò di letteratura negli anni 60 ma che ha avuto vastissima risonanza fino ad arrivare ai nostri giorni ( cito Vitaliano Trevisan, Francesco Dezio Angrlo Ferracuti, Ermanno Rea).
Vale la pena di ricordare una poetessa Ada Negri( 1870-1945) che lasciò versi di grande lucidità sul tema degli ingranaggi folli della macchina al cospetto di un’umanità sempre più alienata. Leggetela e leggete La nostra classe sepolta, edizioni Pietre Vive 2016.
Spero di avereil piacere di presentarla a Palermo se ce ne sarà occasione.