Alessandro Fo su Daniela Gentile

Alessandro Fo su Daniela Gentile

«Ho almeno lasciato una traccia io nel tuo cuore?».

Una legittima domanda, carica di attese e di passione, sollecita direttamente, con immediatezza, il «tu» che sempre sfugge in una trama di evanescenze algebriche, assenze geometriche, prestiti grammaticali, schegge di astronomia.
Nulla sappiamo di questo di tu, e nemmeno dell’ego che lo apostrofa e ricerca. Sì, hanno usato un giorno dei volumi di Proust per parare degli spifferi, hanno sorbito te e caffè, pianto insieme la morte di Sanguineti, scambiato tenerezze sotto un ombrello. Ma quando, dove, in quale storia non ci è dato ricostruire. Si intuisce che vi furono estati, tramonti, gelsomini, forse finestre reciprocamente antistanti. Il resto è poesia del pensiero, distribuita in versi lunghi, che si fanno prose liriche.

“Nulla sanno le parole”, di Daniela Gentile, è un librino lieve di sessanta paginette, ma di peso specifico inversamente proporzionale al volume – il peso specifico della pietra viva: delle Pietre Vive Edizioni che lo ospitano (e a soli 10 euro lo mettono in commercio). Come pietra (viva) esposta alle escursioni termiche, si materia di prose ora fredde e taglienti, ora calde e scheggiate, apertamente sofferte. Di pensieri enigmatici, non facili, intenzionalmente sfuocati come in sogno, ma sfuocati secondo logica stringente (l’«esattezza» che qua e là affiora come nume segreto delle pagine) e, nella compattezza di un’architettura inappuntabile, formulati con densità misteriose. Leggi scientifiche balenano come parametri di riferimento: ma le parole, che nulla ne sanno, non vi si allineano. Perché inseguono esperienze e memorie: e queste sono sghembe, scalene, non cartesiane.
Qualcosa di più, se non altro per “simile cum similibus”, può tentare il linguaggio della grammatica, quello che fa del «passato» qualcosa che «da pochi minuti, è solo remoto», quello che ha riguardo «per l’eccezione alla regola da sempre studiata». Ma tutto è illusorio. Né il quaderno di matematica, né quello di italiano, stringeranno in norme, in “nòmoi” (p. 28) la vita:

PROPRIETÀ TRANSITIVE

Con A uguale a B, in relazione a C, impariamo sin da piccoli a ragionare per transizione: i sillogismi ci aiutano ad accettare le apparenti incongruenze dei sentimenti, a creare linearità inaspettate tra gli eventi.
Ma, malgrado gli sforzi, le proporzioni non tornano, e le frazioni spaventano per l’abisso incolmabile tra la parte infinitesimale che resta di un tutto.
Definizioni grammaticali non vengono in soccorso laddove il senso delle cose sembrerebbe oscuro: se ricordare, trattenere, amare, fanno transitare un oggetto, ma questo sfugge, svanisce con il tempo fino a scomparire, cosa resta se non complementi indiretti, innumerevoli preposizioni che tentano di colmare un’assenza?
Quando la logica non tiene, anche la matematica ammette le sue eccezioni, apre varchi di possibilità insperati, ci parla dell’infinito e ci illude che la linea retta del cuore, prima o poi, ci arriverà.

Un libro di poesia e filosofia, che riguarda assenza e impermanenza, tessuto – come, sul tip tap dei loro ferri, le maglie delle SCIARPE CELESTI (p. 53) – in prose-sospiro che si affacciano fitte di memorie letterarie sul guazzabuglio dei giorni. Questi sono un “non liquet” che pure bisogna accogliere, con pazienza e attenzione, imparando anche dal vuoto e nel vuoto: per maturare. «Il suono del ferro trattiene la lana in un nodo che non stringe, ma lega la tua maglia alla mia, catena forte all’inverno».
«La necessità di abbandonarsi per sempre ha richiesto, nell’ordine, dolore, rabbia, gentilezza» (da RITUALITÀ). «La gran necessità di farsi male», direbbe Gozzano.
«Si fa algoritmo del dolore la disposizione dei mobili, la tavola apparecchiata (non più per cinque), le chiavi all’ingresso, la libreria. // Disattenzioni quotidiane ci informano poi della fragilità dell’amore: il mio operatore telefonico, per esempio, mi segnala con puntualità tutte le ricorrenze in rosso che non festeggeremo, da quando non ci sei» (da PRO MEMORIA).
«“Non perdere neanche un ricordo”. Anche il crudele avvertimento dei social al mattino mi parla di te» (da NECESSITUDO).
Si arriva così all’ultima frase-verso che suona (sì, così, con i due punti aperti sul vuoto, sull’inconoscibile dopo, come in Sanguineti) «Alcune cose, più di altre, fanno male alla memoria:»
La memoria, si sa, in un quadro di Magritte sanguina da una tempia.

Prime prove dei nostri audiolibri

Prime prove dei nostri audiolibri

Ecco due foto in studio mentre cominciano le prove per la registrazione dell’audiolibro di Nulla sanno le parole, raccolta dii poesie di Daniela Gentile pubblicata a dicembre. L’audiolibro è il frutto di un laboratorio sugli audiolibri realizzato con Emons Libri & Audiolibri alcuni mesi fa ed è il culmine di B.digital, progetto vincitore nel 2015 di Funder35 e promosso da Fondazione CON IL SUD. Diamo #voceallapoesia

Poetessa al microfono
Editore in regia