Elvio Ceci su Nulla sanno le parole

Elvio Ceci su Nulla sanno le parole

La nota di lettura di Elvio Ceci a Nulla sanno le parole di Daniela Gentile

“Molti sono i colori associati a sensazioni che danno alle immagini una cromatura onirica, idealistica se non fosse per le inquietudini che spuntano nelle ombre negli spazi vuoti lasciati tra i corpi. Aria e vento metafore del vuoto emotivo, vuoto che viene principalmente dall’oblio, dalla mancanza di significato offerto che genera il non vissuto. Ultimo termine è “memoria:”.

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Superclassifica show della poesia – 2019

Superclassifica show della poesia – 2019

Come ogni anno su Poesia del nostro tempo esce la classifica dei libri più venduti di poesia del 2018.

Noi siamo rappresentati da Daniela Gentile con “Nulla sanno le parole”.

Al di là di questo dato, per noi comunque importante, la riflessione in apertura del pezzo è un sacco interessante. In primo luogo perché conferma quali sono le tendenze di vendita (non necessariamente di qualità) della poesia oggi in Italia, con Francesco Sole (youtuber) e Rupi Kaur (instagrammer) ai primi posti con più di 1000 copie vendute a testa su un ampio campione di librerie, e Franco Arminio al terzo con quasi 500 (quindi con uno stacco nettissimo dai primi due). E poi perché conferma come ormai a determinare questa differenza sia l’uso dei social. Leggendolo mi è venuto in mente una riflessione di Pasolini sulla scrittura cinematografica, dove Pasolini (cito a memoria) descrive la sceneggiatura come “linguaggio che vuole diventare altro linguaggio”: mi sembra, cioè, che ci sia una volontà implicita di trasformazione del linguaggio poetico in altro linguaggio con un approccio multimediale, dove però il testo non ha più valore in sé ma diventa soggetto o sceneggiatura per qualcos’altro, in cui l’approccio emotivo rischia di predominare su quello intellettuale. C’è da capire, dunque, se questo nuovo linguaggio sarà ancora poesia come noi la concepiamo, o qualcosa di diverso. Io non sono del tutto pessimista in merito, però ammetto di doverlo ancora studiare e tanto. Altra cosa sono i numeri effettivi delle vendite, per certi versi risibili, se parliamo di editoria di poesia come attività imprenditoriale (ma dove?!). Così la nostra Daniela, da esordiente, e fuori dai grossi circuti di distribuzione libraria, ha venduto quanto la Merini e Michele Mari. Il che non so quanto sia effettivamente un titolo di merito per lei, ma qualcosa è. (Antonio Lillo)

Alberto Cellotto su Daniela Gentile

Alberto Cellotto su Daniela Gentile

Su Librobreve una attenta recensione di Nulla sanno le parole di Daniela Gentile a cura di Alberto Cellotto.

Le parole nella scrittura sono spesso invocazioni di assenze. Parole come “cuore” o un verbo sovente evitato come la peste dai poeti come “coccolare” oppure “ortensie”, occorrenza rara nel florario poetico, evocano delle assenze, tutte le assenze che quella parola in quel dato punto del testo è, incrocia, come un fascio di infinite rette che per quel punto passano…

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Alessandro Fo su Daniela Gentile

Alessandro Fo su Daniela Gentile

«Ho almeno lasciato una traccia io nel tuo cuore?».

Una legittima domanda, carica di attese e di passione, sollecita direttamente, con immediatezza, il «tu» che sempre sfugge in una trama di evanescenze algebriche, assenze geometriche, prestiti grammaticali, schegge di astronomia.
Nulla sappiamo di questo di tu, e nemmeno dell’ego che lo apostrofa e ricerca. Sì, hanno usato un giorno dei volumi di Proust per parare degli spifferi, hanno sorbito te e caffè, pianto insieme la morte di Sanguineti, scambiato tenerezze sotto un ombrello. Ma quando, dove, in quale storia non ci è dato ricostruire. Si intuisce che vi furono estati, tramonti, gelsomini, forse finestre reciprocamente antistanti. Il resto è poesia del pensiero, distribuita in versi lunghi, che si fanno prose liriche.

“Nulla sanno le parole”, di Daniela Gentile, è un librino lieve di sessanta paginette, ma di peso specifico inversamente proporzionale al volume – il peso specifico della pietra viva: delle Pietre Vive Edizioni che lo ospitano (e a soli 10 euro lo mettono in commercio). Come pietra (viva) esposta alle escursioni termiche, si materia di prose ora fredde e taglienti, ora calde e scheggiate, apertamente sofferte. Di pensieri enigmatici, non facili, intenzionalmente sfuocati come in sogno, ma sfuocati secondo logica stringente (l’«esattezza» che qua e là affiora come nume segreto delle pagine) e, nella compattezza di un’architettura inappuntabile, formulati con densità misteriose. Leggi scientifiche balenano come parametri di riferimento: ma le parole, che nulla ne sanno, non vi si allineano. Perché inseguono esperienze e memorie: e queste sono sghembe, scalene, non cartesiane.
Qualcosa di più, se non altro per “simile cum similibus”, può tentare il linguaggio della grammatica, quello che fa del «passato» qualcosa che «da pochi minuti, è solo remoto», quello che ha riguardo «per l’eccezione alla regola da sempre studiata». Ma tutto è illusorio. Né il quaderno di matematica, né quello di italiano, stringeranno in norme, in “nòmoi” (p. 28) la vita:

PROPRIETÀ TRANSITIVE

Con A uguale a B, in relazione a C, impariamo sin da piccoli a ragionare per transizione: i sillogismi ci aiutano ad accettare le apparenti incongruenze dei sentimenti, a creare linearità inaspettate tra gli eventi.
Ma, malgrado gli sforzi, le proporzioni non tornano, e le frazioni spaventano per l’abisso incolmabile tra la parte infinitesimale che resta di un tutto.
Definizioni grammaticali non vengono in soccorso laddove il senso delle cose sembrerebbe oscuro: se ricordare, trattenere, amare, fanno transitare un oggetto, ma questo sfugge, svanisce con il tempo fino a scomparire, cosa resta se non complementi indiretti, innumerevoli preposizioni che tentano di colmare un’assenza?
Quando la logica non tiene, anche la matematica ammette le sue eccezioni, apre varchi di possibilità insperati, ci parla dell’infinito e ci illude che la linea retta del cuore, prima o poi, ci arriverà.

Un libro di poesia e filosofia, che riguarda assenza e impermanenza, tessuto – come, sul tip tap dei loro ferri, le maglie delle SCIARPE CELESTI (p. 53) – in prose-sospiro che si affacciano fitte di memorie letterarie sul guazzabuglio dei giorni. Questi sono un “non liquet” che pure bisogna accogliere, con pazienza e attenzione, imparando anche dal vuoto e nel vuoto: per maturare. «Il suono del ferro trattiene la lana in un nodo che non stringe, ma lega la tua maglia alla mia, catena forte all’inverno».
«La necessità di abbandonarsi per sempre ha richiesto, nell’ordine, dolore, rabbia, gentilezza» (da RITUALITÀ). «La gran necessità di farsi male», direbbe Gozzano.
«Si fa algoritmo del dolore la disposizione dei mobili, la tavola apparecchiata (non più per cinque), le chiavi all’ingresso, la libreria. // Disattenzioni quotidiane ci informano poi della fragilità dell’amore: il mio operatore telefonico, per esempio, mi segnala con puntualità tutte le ricorrenze in rosso che non festeggeremo, da quando non ci sei» (da PRO MEMORIA).
«“Non perdere neanche un ricordo”. Anche il crudele avvertimento dei social al mattino mi parla di te» (da NECESSITUDO).
Si arriva così all’ultima frase-verso che suona (sì, così, con i due punti aperti sul vuoto, sull’inconoscibile dopo, come in Sanguineti) «Alcune cose, più di altre, fanno male alla memoria:»
La memoria, si sa, in un quadro di Magritte sanguina da una tempia.

Prime prove dei nostri audiolibri

Prime prove dei nostri audiolibri

Ecco due foto in studio mentre cominciano le prove per la registrazione dell’audiolibro di Nulla sanno le parole, raccolta dii poesie di Daniela Gentile pubblicata a dicembre. L’audiolibro è il frutto di un laboratorio sugli audiolibri realizzato con Emons Libri & Audiolibri alcuni mesi fa ed è il culmine di B.digital, progetto vincitore nel 2015 di Funder35 e promosso da Fondazione CON IL SUD. Diamo #voceallapoesia

Poetessa al microfono
Editore in regia