If Hendrix turned out to be Plotino?

Pubblichiamo il contributo di Teodoro Custodero al Libro Soci 2017 di Pietre Vive.

Hendrix è il più grande chitarrista di sempre.

Questo – direbbero i matematici – è un assioma che tutti accettano in quanto tale e non mettono minimamente in discussione. I motivi di questa grandezza poi sono corollari: la sua influenza è stata impressionante. Spero di non scandalizzare nessuno con questa risolutezza di giudizi ma mi sembra che gli argomenti a favore di questa interpretazione siano diversi. Innanzitutto chi inizia a suonare la chitarra elettrica non può non voler imparare un brano di Hendrix; il musicista famoso poi non può non proporre una sua cover; infine lo storico della musica non può non metterlo nell’olimpo dei precursori di un modo nuovo di intendere la musica e i generi musicali. Di fatto Hendrix – a detta di molti critici autorevoli e con buona pace dei jazzisti – è il padre della fusion, se non il loro ispiratore più autorevole: si racconta che Miles Davis avrebbe voluto registrare un disco con lui e che dopo la morte di Jimi obbligasse i chitarristi che lo accompagnavano (McLaughlin, Stern, Scofield ecc.) a suonare “alla Hendrix”. Ma la voglia che Hendrix aveva di mescolare le cose era evidente già da come si propose al grande pubblico: il suo primo disco infatti è suonato in trio con due bianchi. Lui, nero americano, figlio di madre indiana, è un bastardo (così lo chiamavano negli anni da soldato) e la sua arte è puro melting pot: blues che si poppizza, psichedelia che deborda nel jazz, country che incontra l’hard rock. Eppure nel creare queste sinergie e ibridazioni Jimi non era per nulla artificioso: tutto per lui era naturale, dal suonare un accordo di settima con la nona aumentata in distorsione al far urlare la chitarra come una donna stuprata durante un rito voodoo, passando per la ridefinizione della Black Music attraverso le nuove tecniche di registrazione. La mescolanza – in fondo – è la cifra della vita: niente è assoluto (senza possibilità di sciogliersi e legarsi ad altro) ma tutto è relativo (in rapporto ad altro).

Ma questo lo diceva a proposito dell’uomo anche un pensatore del III sec., Plotino. Leggiamo all’inizio delle Enneadi:

Piaceri e dolori, paure e ardimenti, desideri, avversioni e sofferenze, a chi potranno appartenere? Perché o appartengono all’anima, oppure all’anima che si avvale di un corpo o ad una terza cosa composta da entrambi; quest’ultima poi può essere in due modi: o è la mescolanza o qualcos’altro che deriva dalla mescolanza.

Il problema da cui parte Plotino è riassumibile così: a che dimensione dell’uomo appartiene la capacità di sentire, di provare emozioni, paure, turbamenti e desideri? Questo per il filosofo egiziano è il primo interrogativo della filosofia, dalla risoluzione del quale si apre alla coscienza una visione nuova dell’uomo. È forse l’anima (oggi diremmo la mente) che è sorgente e origine delle passioni? Ma se così fosse non dovrebbe essere pensata diversamente da come la si è sempre intesa? Non dovremmo pensarla mortale e limitata, soggetta alla corruzione e alla passività? È difficile capovolgere un pregiudizio tanto radicato come quello dell’indipendenza della mente dal caos della vita e del divenire; è più facile attribuire queste caratteristiche al corpo, come faceva Platone. A suo dire il corpo è una “prigione”, un “male”, una “follia”, che trascina l’anima nell’esistenza “come fosse ubriaca” a causa dei suoi sensi. I sensi infatti costringono l’anima a incontrare il mondo e ciò che lo abita, enti che non sono mai identici a loro stessi perché immersi nel mare del divenire. Ma ciò che è multiforme, dissolubile, cangiante, mortale, in una parola umano, non è conoscibile. Per Platone invece possiamo conoscere solo quello che non cambia, che non si dissolve nei venti del tempo e non muore, il divino; è lì che la verità ha la sua dimora. Con un’operazione teoretica mai azzardata Platone sostiene quindi che il divino si conosce più facilmente dell’umano. La parte di noi più simile al divino è l’anima e, per il principio empedocleo che “il simile conosce il simile”, essa è la via d’accesso alla verità. Ma la verità a cui arriva Platone non ha niente a che fare con la vita.[1] E se invece l’origine delle passioni fosse un altro elemento, ibrido, bastardo ma ricco di sfaccettature e determinazioni che né il corpo, né la mente/anima prese in sé potrebbero avere? La soluzione a cui giunge Plotino è quest’ultima: l’“io” è un “noi” perché abitato dal molteplice che si amalgama continuamente ridefinendo di volta in volta quello che è, e quindi quello che siamo. L’uomo vivente è quindi un composto. Per correttezza storiografica bisogna aggiungere che Plotino conserva sempre – ad una piccola parte dell’anima – quei caratteri che la tradizione gli ha da sempre attribuito di immutabilità e perfezione, esortando ad ascoltare solo la parte migliore di noi (la mente/anima) e arrivando a dire che persino le cose create non sono che riflessi di questa anima: «la cosiddetta natura è un anima, generata da un’anima superiore di vita più possente»[2].

Ma se usciamo fuori dal mondo dei concetti filosofici, vediamo che questo sottolineare la mescolanza intrinseca alla vita è ciò che ha vissuto musicalmente ed esistenzialmente Hendrix: una chitarra allora non è più solo un pezzo di legno con le corde ma diventa l’estensione del sentire di un ragazzo che ha dedicato la vita alla musica, una musica senza etichette né confini stilistici, razziali ed etnici.

Allora «if six turned out to be nine /I don’t mind /I don’t mind» ed Hendrix diventa Plotino.

Teodoro Custodero

 

[1] Per una panoramica dell’influenza di questa idea del corpo sulla storia della filosofia Pensieri superflui sullo spirito ai tempi di Facebook, Pietre Vive Editore 2015, pp 65-82

[2] Plotino, Enneadi, a cura di G. Faggin e R. Radice, Bompiani, Milano 2000, libro III 8, 4, p. 511